L’illusione della scelta di Marie Kondo & Co.

27 GEN 20
Ultimo aggiornamento: 00:07 | 28 GEN 20
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Pubblichiamo un breve estratto del libro The Longing for Less: Living with Minimalism di Kyle Chayka, uscito da poco negli Stati Uniti.
L’ insoddisfazione verso il materialismo e i tradizionali incentivi della società non sono nuovi, ma il minimalismo è un’idea che non ha una storia cronologicamente lineare. E’ più simile a un sentimento che si ripropone in diversi tempi e luoghi nel mondo. E’ definito dal senso che la civilizzazione che ci circonda è eccessiva e ha perciò perso la sua autenticità originaria, che va riconquistata. In questi momenti il mondo materiale ha meno significato, e perciò l’accumulo di cose perde il suo fascino. Ho iniziato a pensare a questo sentimento universale come alla brama per il meno. E’ un desiderio astratto, quasi nostalgico, un richiamo versi un mondo diverso, più semplice. Né passato né futuro, né utopico né distopico, questo mondo più autentico è sempre al di là della nostra esistenza attuale, in un luogo che non possiamo mai raggiungere. Forse la brama per il meno è l’ombra che sempre accompagna un dubbio dell’umanità: e se fossimo più felici senza tutto ciò che la società moderna ha conquistato? Se le trappole della civiltà ci lasciano così indosddisfatti, forse la loro assenza è preferibile e dobbiamo abbandonarle per cercare una verità più profonda. Il desiderio del meno non è né la malattia né la cura. Il minimalismo è soltanto un modo in cui concepiamo cosa significa una vita buona.
Per alcuni devoti, il minimalismo è una terapia. L’emozione di sbarazzarsi di tutto assomiglia a un esorcismo del passato che apre la strada verso un futuro di immacolata semplicità. Rappresenta uno stacco decisivo. Non dipenderemo più dall’accumulo degli oggetti che danno felicità, ma ci accontenteremo invece delle cose che abbiamo consapevolmente deciso di tenere, le cose che rappresentano il nostro io ideale. Possedendo meno cose, saremo capaci di costruire nuove identità attraverso la selezione degli oggetti, invece di soccombere al consumismo.
Questo è almeno il modello reso popolare dai libri, dai social media e dalla instantaneamenta famosa serie di Netflix di Marie Kondo. Il metodo KonMari, descritto nel suo libro The Life-Changing Magic of Tidying Up è stranamente rigido, animato da un fascino ritualistico per il processo con cui si decide se ciascun oggetto deve essere buttato o tenuto. Soltanto seguendo i disciplinati comandamenti di Kondo il lettore può davvero avere successo. A dispetto del principio dichiarato secondo cui ognuno dovrebbe trovare la propria versione dell’ordine, critica quelli che seguono “approcci sbagliati” nell’atto di ripulire. Si deve iniziare dai vestiti, poi passare ai libri, alle carte e agli oggetti vari. Gli oggetti con valore affettivo, come fotografie e cimeli, devono essere affrontati per ultimi, perché soltanto alla fine del percorso uno avrà sviluppato una sensibilità per la gioia adeguata alla valutazione di oggetti tanto potenti.
Kondo promette l’illusione della scelta. Tu decidi cosa resta nella tua casa, ma lei ti dice esattamente come deve essere piegato, conservato e mostrato, ciò in che modo ti ci devi relazionare. Quando hai tolto ogni cosa da tutti gli anfratti e le fessure, ti rendi conto di quante cose possiedi e di quanto non ne hai veramente bisogno [...]. I lettori barattano l’ortodossia del consumismo con l’ortodossia dell’ordine. La filosofia di KonMari sarà anche vagamente anti-capitalista, ma poi ti tocca comprare una valigia di libri della Kondo per metterla in pratica. E’ stata ocmpletamente trasformata in un brand: la sua azienda vende scatole di Kondo per archiviare le cose, certificati per aspiranti adepti e anche “diapason terapeutici”.
Kyle Chayka